Ogni giorno ci muoviamo attraverso una serie di ruoli: siamo genitori, figli, partner, lavoratori...
Per ognuno di questi ruoli, la società ha delle aspettative precise su come dovremmo comportarci e spesso le abbiamo interiorizzate a nostra volta.
Riconoscersi un ruolo non è di per sé un problema: è una competenza adattiva che ci permette di stare in relazione con gli altri e di far fronte alle richieste della realtà.
Tuttavia se mi convinco che per essere un "buon genitore" o un "bravo professionista" non devo mai mostrare stanchezza, tristezza o frustrazione, sto inevitabilmente creando un'immagine idealizzata di ciò che dovrei essere.
L'approccio centrato sulla persona definisce questo stato come incongruenza: la dolorosa distanza tra l'immagine che cerchiamo di sostenere per compiacere l'esterno e la nostra reale esperienza interiore.
La via per ritrovare l'equilibrio non è abbandonare le nostre responsabilità o rifiutare i nostri ruoli, ma concederci il permesso di essere "interi" all'interno di essi.
Un genitore stanco o preoccupato resta un buon genitore; un professionista che ammette una fatica resta un professionista valido.
Il vero benessere inizia quando impariamo ad accogliere la nostra esperienza interiore così com'è, smettendo di credere che le nostre fragilità ci rendano meno degni del ruolo che ricopriamo.