Il fondatore dell'Approccio Centrato sulla Persona è Carl Rogers, importantissimo psicologo americano che con il suo operato ha rivoluzionato il mondo della terapia psicologica. Nel momento in cui Carl Rogers iniziò il suo lavoro nel campo della psicologia i modelli principali di riferimento erano sostanzialmente due:
quello psicoanalitico, che proponeva una visione deterministica e pessimistica della natura umana in cui l'essere umano veniva descritto come in una situazione di continuo conflitto intrapsichico che, attraverso processi di interiorizzazione e sublimazione, poteva essere condotto ad uno stato di "equilibrio".
e quello comportamentista, che offriva una visione della natura umana fortemente meccanicistica in cui i meccanismi del condizionamento classico e operante erano gli unici elementi esplicativi dell'agire degli esseri umani.
Si trattava di due visioni dell’essere umano perfettamente in linea con i presupposti teorici cartesiani, fondati sulla nozione di corpo come macchina e dove la malattia è un guasto alla macchina stessa.
Diversi psicologi, contemporanei di Rogers, iniziarono a mostrare una certa insofferenza verso tale concezione cogliendo i forti limiti di una prospettiva meccanicistico-riduzionista che non riusciva a vedere l’essere umano nella sua totalità. Ne derivò una innovativa prospettiva teorica che trova le sue radici nella più ampia corrente della fenomenologia americana e che attinge a contributi di autori come Donald Snygg e Arthur Combs.
Nella loro opera Individual Behaviour: A Perceptual Approach to Behaviour, si sottolinea come l'esperienza soggettiva dell’individuo sia l’elemento centrale di qualsivoglia indagine sulla realtà. Da questo presupposto prende forma il filone della cosiddetta Psicologia Umanistica.
La Psicologia Umanistica affronta il tema della natura dell’essere umano con un taglio quasi filosofico. Del resto, nasce come un movimento culturale aperto a tutti e che non si concentra solamente sui fenomeni psicologici ma si occupa dell'Essere Umano nella sua interezza, senza “spacchettarlo”.
Il punto centrale dunque per gli psicologi umanisti non è addentrarsi nella psicopatologia, fino al punto di ridurre la persona ad una diagnosi, ma promuovere la salute e il benessere delle persone, ovvero indagare come l’essere umano “funziona e sta bene” e quali sono gli elementi che rendono possibile il benessere e quindi facilitare il loro sviluppo.
Proprio in contrapposizione ai due poli (psicoanalisi e comportamentismo) la Psicologia Umanistica viene definita come “Terza forza” e nel 1962 Carl Rogers, Abraham Maslow e Rollo May fondano l’Associazione di Psicologia Umanistica Americana (Association for Humanistic Psychology – AHP) allo scopo di riscoprire l’essere umano nelle sue caratteristiche emozionali, creative ed essenzialmente soggettive. Alcuni degli elementi più importanti del manifesto su cui si fonda l’Associazione riguardano proprio la centralità della persona nella sua unità, l’interesse per le qualità umane quali la libertà di scelta, la creatività e la capacità di autorealizzazione, il valore dato allo studio dei casi, alla dignità e alla responsabilità della persona. Ciò implica necessariamente un superamento del paradigma meccanicistico-cartesiano e lo spostamento verso una forma di pensiero aperta al confronto con la complessità, e in grado di non scadere nel riduzionismo.
È innegabile che il modello biomedico, che rappresenta la cornice teorica di riferimento del campo psicoanalitico e di quello comportamentista, abbia permesso un incredibile sviluppo di cui la medicina e la tutela della salute hanno beneficiato. Tuttavia, la prospettiva introdotta dagli psicologi umanisti, che si inserisce a pieno titolo nella cornice de modello bio-psico-sociale, ha aperto lo sguardo dei professionisti della salute alla complessità e messo in evidenza come sia sempre più necessario il riconoscimento dell’interdipendenza di molteplici fattori nella determinazione del benessere delle persone.
In sintesi, possiamo dunque affermare che la Psicologia Umanistica, nel cui orizzonte, come abbiamo spiegato, si inserisce il lavoro di Carl Rogers, ha come presupposto la centralità della persona, della sua esperienza soggettiva e della sua capacità di autodeterminarsi, in quanto agente libero e responsabile. Non considera l’essere umano incastrato in una condizione problematica ma è piuttosto interessata allo sviluppo del suo potenziale. Per questa ragione nell’approccio centrato sulla persona si passa dal termine “paziente” a quello di “persona”, proprio per restituire potere all’altro che starà nella relazione con il terapeuta in una posizione di pari dignità.